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La maschera di Naoto Date

Dietro la maschera dell'Uomo Tigre non c'è solo un lottatore: c'è Naoto Date, orfano del Giappone postbellico, e c'è una delle storie più crude e stratificate del fumetto giapponese. Nato dalla matita di Naoki Tsuji e dalla mente febbrile di Ikki Kajiwara, Tiger Mask affonda le radici nel dramma reale degli sensō koji, gli orfani di guerra. Attraverso le lenti di Jung e Winnicott, questo approfondimento esplora la nascita del falso sé, l'ossessione della maschera e la caduta tragica di un antieroe. Un viaggio nella psiche di un mito.


È il 1967 e dal ring del Madison Square Garden di New York la voce del telecronista annuncia un’altra serata di lotta libera: «Questa sera, lo stadio più grande del mondo è gremito di gente… Sono tutti qui per veder combattere il misterioso lottatore mascherato, l’Uomo Tigre!»

Così inizia il primo capitolo di Taigā Masuku, manga pubblicato prima su Bokura Magazine e, due anni più tardi, sulle pagine di Weekly Shōnen Magazine. In Italia passerà alla storia soprattutto per il suo adattamento animato: L’Uomo Tigre di Toei Animation.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1948 e il Giappone è devastato dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Il Ministero della Salute e del Welfare rende pubblici i dati sugli sensō koji, letteralmente gli orfani di guerra. In verità nel rapporto vengono inclusi anche minorenni vagabondi i cui genitori sono ancora in vita e che vivono in condizioni di estrema povertà (A. Tamanoi, Asia-Pacific Journal, The Origins and Plight of Sensō Koji (War Orphans) in Postwar Japan, 25/6/2020, https://apjjf.org/2020/13/tamanoi). Immortalati dal fotografo americano John Dower, gli sensō koji sopravvivono con furbizia e ingegno – non di rado commettendo crimini – nel difficile Giappone postbellico, e vengono considerati una spina nel fianco dal governo, finendo spesso arrestati e imprigionati.

Vent’anni dopo, dalla matita di Naoki Tsuji e dalla mente di Ikki Kajiwara, nasce una delle storie giapponesi più crude e profonde della storia, la quale riesce a trattare con dolcezza (ma non per questo rinunciando alla cruda realtà di quel mondo) il tema degli sensō koji. Stiamo parlando di Tiger Mask, ovvero L’Uomo Tigre.

L'Uomo Tigre i cinenauti recensioni film serie tv cinema

Kajiwara è stato uno degli autori più iconici di quegli anni. Personaggio fuori dagli schemi, esperto combattente, karateka e judoka, era un maniaco della serializzazione (pubblicava più di una storia simultaneamente sulle riviste specializzate), era un gran lavoratore di giorno (come molti mangaka) ma anche una mina vagante nelle notti di Ginza, rinomato quartiere di Tokyo, dove passava ore a bere bourbon, a fare sesso con le donne e a raccontare ai suoi compagni di bevute le storie che gli ronzavano in testa e che i lettori avrebbero successivamente letto nelle sue opere.

Il protagonista de L’Uomo Tigre è Naoto Date, un orfano che vive nel ricordo della madre comunitaria dell’orfanotrofio. Legato a questa figura quasi mistica, Naoto si rivela ben presto diverso dagli altri bambini: il fuoco interiore che ha in comune con gli altri orfani non si affievolisce di fronte a qualche strigliata. Naoto sembra ben disposto a scontrarsi con altri ragazzini, specie con i “bulli”, anche a costo di ricorrere alla violenza, tra risse che ricordano la giovinezza di Kajiwara e quella di un altro celebre personaggio creato dall’autore: il pugile Joe Yabuki, protagonista di Rocky Joe.

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Il primo punto di rottura nella vicenda di Naoto Date avviene in un flashback all’inizio della storia. Durante una gita allo zoo programmata dall’orfanotrofio, dopo una rissa con alcuni ragazzi più grandi, Naoto fugge gridando che diventerà forte come la tigre che ha appena visto in una gabbia. È il grido di rabbia e dolore di un orfano nel Giappone postbellico.

Fin da questo episodio è possibile distinguere un preciso istinto che accompagnerà Naoto durante tutto l’arco della sua vicenda: l’odio per le ingiustizie che si manifesta nel desiderio irriducibile di cambiare il proprio destino.

Donald Winnicott, uno dei padri della psicanalisi infantile, direbbe che Naoto ha mancato o “corrotto” il suo periodo di transizione dell’onnipotenza soggettiva (nel quale il bambino si autoconvince di poter autogenerare e distruggere il mondo che lo circonda a proprio piacimento) e la successiva condizione di accettazione della realtà e, dunque, di indipendenza; quel processo che avviene, secondo Winnicott, proprio grazie all’amore materno e al suo contenimento. Non a caso, nell’infanzia di Naoto la “grande assente” è proprio la figura materna: colei che vediamo solo sotto forma di ricordo ed effigie in una fotografia.

Fuggendo dallo zoo e dai suoi compagni di orfanotrofio, Naoto non sa che anche lui, come la tigre che lo ha ispirato, sta per finire rinchiuso in una gabbia, quella delle regole ferree e mortali di Tana delle Tigri, un’organizzazione che addestra ragazzi sbandati trasformandoli in lottatori sanguinosi e spietati.

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La rabbia repressa di Naoto emersa quel giorno allo zoo viene alimentata da Tana delle Tigri e dal suo feroce addestramento ed esplode, infine, sul ring, dietro la maschera che dà il titolo all’intera opera.

È qui che Naoto Date crea il suo falso sé, per restare nei termini di Winnicott: un’identità che risponde alle aspettative sociali e che ricalca il concetto di persona di Jung. La maschera di tigre che dà il titolo all’opera (taigā masuku) diviene l’ossessione, la salvezza, la maledizione e la redenzione di Naoto Date; prima nacora, la sua ancora di salvezza.

Uomo Tigre, conosciuto nel mondo della lotta anche come Demone Giallo, diventa ben presto il combattente più temuto nel panorama internazionale. È il più violento e scorretto. Sul ring ripudia ogni regola sportiva o morale. Scontrarsi con lui può significare morire o rimanere invalido.

Nel pieno del suo “regno del terrore” avviene il secondo punto di rottura. Naoto torna all’orfanotrofio dove ha vissuto i suoi primi anni di vita. Qui ritrova Ruriko e Akira, compagni di orfanotrofio che ora gestiscono la casa dei bambini. La situazione non è delle migliori: i due sono indebitati con un potente boss della yakuza. L’unico modo per salvare l’orfanotrofio e garantire un po’ di pace ai piccoli ospiti è pagare un’ingente somma. Per farlo, Naoto accetta di tradire Tana delle Tigri, infrangendo una delle regole madri: l’obbligo di consegnare la metà dei propri guadagni all’organizzazione. La scelta di Naoto equivale a una sentenza di morte con una condanna da eseguire sul ring.

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Da allora diversi emissari vengono inviati da Tana delle Tigri per uccidere Naoto, il quale nel frattempo è cambiato: complice la scelta di aiutare l’orfanotrofio in cui è cresciuto e il complicato rapporto con Kenta – un piccolo orfano tifoso dell’Uomo Tigre e ribelle che gli ricorda il sé bambino – il nostro antieroe annunciato vive il suo momento di redenzione. Attraverso un processo di sublimazione, la sua lotta nichilista si trasforma in una missione etica: inizia a seguire le regole per “dare il buon esempio”, anche a costo di vivere pesanti svantaggi sul ring, in quanto gli emissari di Tana delle Tigre raramente seguono le regole. La rabbia repressa viene inibita ancora, in favore di una nuova maschera: quella di Uomo Tigre che “lotta contro il male”, per citare la celebre sigla italiana cantata da I Cavalieri del Re.

Siamo di fronte alla nascita di una nuova persona in senso junghiano: Naoto diventa ciò che i bambini e la federazione giapponese si aspettano da lui. Il suo io più profondo ricade in profondità.

Nell’evoluzione del personaggio di Naoto è senza dubbio l’anime, ancor più del manga, a gettare le basi di una epicità tragica. Le modifiche apportate dagli sceneggiatori di Toei Animation, tra cui spicca Masaki Tsugi (già autore degli adattamenti di Kimba il leone bianco di Osamu Tezuka e di Devilman di Gō Nagai) consegnano alla storia di Naoto un finale catartico.

Nel lungo periodo che Naoto vive nella sua nuova dimensione etica, imparando da maestri in giro per il mondo, all’insegna di nuovi valori come la lealtà e il perdono, il suo rapporto con il piccolo Kenta si intensifica. In occasione di un torto subito, Naoto predica al piccolo orfano: «Se tutti quelli che vengono derubati diventassero dei ladri […] vivremmo in un mondo pieno di violenza e di cattiveria». Poi aggiunge: «Solo perdonando il male ricevuto si può sperare di cambiare coloro che ti circondano».

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Intanto, la sua battaglia contro Tana delle Tigri giunge all’ultimo atto. Una volta sconfitti tutti gli emissari, Naoto è costretto ad affrontare il capo dell’organizzazione in persona: un ex campione reso celebre dal carattere spietato, pragmatico e calcolatore (nelle settimane antecedenti all’incontro studia più volte Naoto dagli spalti del ring), divenuto memorabile anche grazie al carismatico costume da tigre bianca che indossa nella versione animata.

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Durante la sfida decisiva che determinerà le sorti di Tana delle Tigri oltre che la vita o la morte di Naoto, Tiger the Great (così si fa chiamare il boss) sfodera una forza e una tecnica che sembrano inavvicinabili. Inoltre, egli non segue le regole che Naoto e la sua persona si ostinano a rispettare, mettendo in scena uno stile di lotta nichilista e privo di scrupoli sportivi.

Messo in crisi, Naoto scampa la morte ma perde la maschera sul ring. È qui che avviene il terzo e decisivo punto di rottura. Senza maschera, Naoto non è più Uomo Tigre, poiché torna a essere il vero Naoto Date, il bambino senza madre. Per lui è il momento della regressione: anni di rabbia repressa sfociano in un misto di pianto e risate parossistiche. È la caduta della maschera, del falso sé, della persona junghiana. Ed è soprattutto il momento della sua furia vendicativa, che può uscire fuori ed essere scaraventata contro l’uomo che lo ha trasformato in un mostro, ma anche contro il moralismo di un mondo civile che non ha saputo salvarlo dalla sua condizione di orfano sofferente.

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Sul ring, Naoto uccide brutalmente Tiger the Great infangando gli stessi concetti di onore, sportività e compassione predicati come Uomo Tigre. La sua vicenda diventa una tragedia shakespeariana. Alla fine della carneficina, sotto gli occhi inorriditi degli spettatori e di chi, come i bambini dell’orfanotrofio, hanno appena scoperto la sua vera identità dalla televisione per poi assistere a una violenza inaudita, Naoto sceglie la fuga, con la maschera stretta a sé come un cimelio della sua infanzia. Fugge dalla vergogna e dalla fine di un mito.

L’integrità morale del personaggio, che rimane intatta nel manga, nella serie animata si incrina forse irrimediabilmente; o, chissà, rimane in attesa della riparazione di un’anima martoriata, come insegna l’arte giapponese del kintsuji. Si tratterebbe di una riparazione postuma; una redenzione che Naoto si auspica, riconoscendo l’errore in un momento di raccoglimento spirituale e mostrando ai nostri occhi, ancora una volta, un desiderio che lo ha accompagnato per tutta l’esistenza: diventare un uomo migliore.

Vuoi leggere la recensione dell’anime? Allora clicca qui: recensione L’uomo Tigre.

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Claudio Santoro

Ghostwriter, sceneggiatore e instancabile runner, è cresciuto nel «calcinante Monteverde» di Pasolini. Scrive racconti e ama tutto ciò che è noir e le sue sfumature.