CINEMA INDIE FILM DIMENTICATI HORROR ESTREMO VM18 ANIME & MANGA CULTURA POP GIAPPONESE OTAKU CINEMA DI GENERE NO MAINSTREAM
Yami Dōga i cinenauti recensioni film serie tv cinema

YAMI DŌGA

REGIA

Kazuto Kodama

GENERE

Horror, shinrei doga, found footage,

ANNO

2012

PAESE

Giappone

DURATA

64 min

CAST PRINCIPALE

Performer anonimi, come da tradizione del formato

Prima di cominciare, una nota di trasparenza dovuta: Yami Douga appartiene a quel sottobosco del J-horror POV found footage – le raccolte di “video spiritici” (shinrei doga) – in cui i dati produttivi circolano in modo frammentario e spesso contraddittorio. Quella che leggerete è la mia opinione su un fenomeno più che su una scheda tecnica blindata: dove le informazioni verificabili scarseggiano, lo segnalo. Se cercate il terrore ruvido e casalingo del Giappone in bassa definizione, però, questo è il territorio giusto.

Chi si aspetta la fotografia laccata di un blockbuster resti pure sulla soglia. Yami Douga — il cui titolo si traduce grosso modo con “video dell’oscurità” — appartiene a una specie cinematografica che in Occidente fatichiamo ancora a inquadrare con serietà, e che in Giappone gode invece di una tradizione commerciale robustissima: quella dei shinrei doga (qui puoi leggere l’approfondimento), le compilation di filmati amatoriali “autentici” che documenterebbero apparizioni, presenze e fenomeni inspiegabili. È il cugino povero e infinitamente più prolifico del found footage occidentale, il parente di sangue del Ju-on delle origini e di quella scuola che fa della grana video e del fuori fuoco i suoi migliori effetti speciali.

Diciamolo subito: valutare un’opera come Yami Douga con gli stessi parametri usati per un film d’autore sarebbe un errore metodologico. Qui non si giudica la sceneggiatura tripartita o l’arco del protagonista, semplicemente perché non esistono né l’una né l’altro. Si valuta un dispositivo, un meccanismo, un rituale collettivo di paura. E su questo terreno il film — o meglio, l’antologia — ha parecchio da dire.

La prima cosa che colpisce, e che a mio avviso costituisce il vero cuore concettuale dell’operazione, è la rinuncia programmatica alla qualità dell’immagine. In un’epoca in cui l’horror mainstream investe milioni in CGI per costruire creature fotorealistiche, Yami Douga fa esattamente il contrario: sporca, degrada, comprime. La telecamera trema, la messa a fuoco arranca, l’audio gracchia. E proprio in questa povertà ostentata risiede l’efficacia.

Il meccanismo psicologico è tanto semplice quanto potente. Il cervello umano è programmato per riconoscere pattern e volti anche nel rumore visivo — è il fenomeno della pareidolia, lo stesso che ci fa vedere figure nelle nuvole. Il found footage giapponese sfrutta questa vulnerabilità cognitiva con cinismo chirurgico: più l’immagine è degradata, più lo spettatore completa attivamente ciò che teme di vedere. La paura, così, non viene mostrata. Viene delegata all’immaginazione, che come sappiamo dai tempi di Lovecraft è la miglior regista dell’orrore mai esistita.

Kodama — se davvero è sua la firma su questa uscita — sembra avere compreso perfettamente la lezione. Le sequenze migliori sono quelle in cui non accade quasi nulla: un corridoio ripreso di sfuggita, una figura che forse si muove sullo sfondo, un riflesso che potrebbe non essere un riflesso. È l’estetica del “hai visto anche tu quella cosa?”, il terrore condiviso da divano che ha reso questo genere un fenomeno virale ben prima che YouTube esistesse.

Per capire davvero quest’opera bisogna collocarla nel suo ecosistema. Il rapporto giapponese con lo spettrale affonda le radici nella cultura shintoista e nel folklore degli yūrei, gli spettri inquieti – quasi sempre femminili, con i capelli neri sciolti e il kimono bianco funebre – che tornano dal mondo dei morti trattenuti dal rancore (urami). È l’immaginario che ha generato Sadako di Ringu e Kayako di Ju-on, e che qui ritroviamo in forma grezza, quasi documentaria.

C’è però una differenza sostanziale rispetto al J-horror da sala. Mentre Ringu costruiva un’architettura narrativa sofisticata attorno alla maledizione, Yami Douga elimina la mediazione autoriale e finge di consegnarci il documento puro. È horror che si spaccia per cronaca, e questa ambiguità tra finzione e realtà è il suo capitale simbolico più prezioso. Il patto con lo spettatore non è “credi a questa storia”, ma il ben più insidioso “e se fosse vero?”. In un Paese dove i kaidan (racconti di fantasmi) sono un genere letterario codificato da secoli, questa liturgia dell’incertezza ha un peso specifico che noi europei tendiamo a sottovalutare.

La natura frammentaria del formato è insieme la sua forza e la sua debolezza più evidente, e sarebbe poco onesto da parte mia tacerlo. Il formato antologico – una successione di clip indipendenti – garantisce un ritmo di piccole scariche costanti, ideale per il consumo domestico e per l’effetto “ancora un altro video prima di dormire”. Non c’è tempo per annoiarsi, ogni segmento gioca la sua carta e passa la mano.

Il rovescio della medaglia è l’assenza di stratificazione. Manca la costruzione lenta della tensione che caratterizza i grandi film di paura, quel senso di dread crescente che ti si insinua sotto pelle e non ti abbandona. Yami Douga colpisce e fugge, e quando i segmenti sono deboli – perché inevitabilmente qualcuno lo è – la ripetitività del dispositivo rischia di scivolare nell’involontariamente comico. È il limite congenito di tutto il filone: senza una regia forte che orchestri i crescendo, il rischio è che il meccanismo si logori sotto i nostri occhi.

Dal punto di vista tecnico, va riconosciuto un uso intelligente del sound design, che nel POV horror è quasi sempre più importante dell’immagine stessa. I bassi improvvisi, i silenzi caricati di attesa, i rumori ambientali distorti: è qui che l’operazione mostra il suo mestiere, ammesso che di mestiere si possa parlare in un contesto che fa dell’anonimato una bandiera.

Sarebbe ingenuo consigliare Yami Douga al grande pubblico. Chi cerca personaggi in cui identificarsi, una trama da seguire o una fotografia da contemplare troverà solo frustrazione. Questo è cinema – se vogliamo chiamarlo così – profondamente di nicchia, pensato per una comunità di appassionati che parla il proprio linguaggio e conosce i propri codici.

Ma per chi mastica il J-horror POV, per chi ha passato notti insonni sui video “veri” di YouTube, per chi trova più inquietante un corridoio buio ripreso col cellulare che un demone in CGI da dieci milioni di dollari, questa antologia offre esattamente ciò che promette. Ed è, a suo modo, un piccolo manifesto di resistenza estetica: la dimostrazione che la paura non è una questione di budget, ma di grammatica del non detto.

Il mio giudizio, e sottolineo che resta il mio personalissimo punto di vista, è che Yami Douga vada apprezzato per ciò che è: un artefatto culturale onesto nella sua umiltà, un ingranaggio che funziona su chi accetta le sue regole del gioco e lascia perfettamente indifferente chiunque altro. Non è arte destinata ai manuali di cinema, ma è un tassello prezioso per comprendere come il Giappone abbia industrializzato la paura, trasformando il terrore in un consumo quotidiano, ripetibile, quasi rassicurante nella sua ritualità.

In fondo, se dopo la visione vi ritroverete a controllare due volte l’angolo buio del corridoio prima di andare a letto, l’operazione avrà raggiunto il suo scopo. E credetemi: succede più spesso di quanto l’orgoglio da cinefili ci permetta di ammettere.

John il boia Ruth

Sono Gilberto, alias John il boia Ruth, la mente che ha dato forma a questo progetto. Nella vita mi occupo di web: dal marketing alla grafica, dalla progettazione di siti ai Social Network. Ne I Cinenauti ho voluto fondere il mio lavoro, che amo, con la mia più grande passione, il cinema. Prediligo gli horror, meglio se estremi e disturbanti, i thriller, i fantasy e i film d'azione. Insomma divoro qualsiasi cosa cercando di non farmi condizionare dai pregiudizi.